Crepacuore: malattia del cuore o della mente? Parla il cardiologo Andrea Bisciglia

Le malattie cardiache: un tema tanto spaventoso quanto delicato. Colpiscono il cuore, è vero, ma potrebbe essere implicata in qualche modo anche una componente psicologica nelle cause di contrazione di tale malattie? Ed è possibile in qualche modo prevenirle per tempo senza dover andare ogni giorno dal medico?
A queste domande ha risposto per noi il cardiologo presso l’ospedale San Filippo Neri di Roma, nonché responsabile osservatorio della sanità digitale presso l’associazione Aidr, Andrea Bisciglia.
Crepacuore: può la mente giocare brutti scherzi e aumentare in qualche modo la possibilità di avere un infarto?
La connessione c’è e non è piccola. Ad oggi sia lo stress inteso come affaticamento mentale che cardiaco è uno dei fattori di rischio che vanno maggiormente ad incidere negativamente sulle malattie coronariche. Ma andiamo con ordine. L’infarto del miocardio è causato da disfunzioni o irregolarità delle coronarie, ovvero le arterie che irrorano il muscolo cardiaco. Uno stile di vita contrassegnato da abitudini come il fumo, l’ipertensione, l’alimentazione scorretta, il diabete mellito e l’ipercolesterolemia unito a un aumento dello stress possono causare gravi squilibri al livello del centro del sistema cardiovascolare. Lo stress in particolare però affligge il sistema immunitario e causa un aumento delle cellule infiammatorie, che sono tra le principali cause di deterioramento dell’endotelio, la parete interna delle arterie. Questa degenerazione porta alla formazione di placche arteromasiche che poi andranno ad ostruire il flusso all’interno delle coronarie. Quindi la connessione c’è, ed è più forte di quanto si pensi. Essendo lo stress causato da posizioni sociali, familiari o relazionali i casi si differenziano molto. Addirittura soprattutto in questi ultimi tempi si assiste sempre più spesso a episodi di infarto a coronarie sane: si ha uno spasmo delle coronarie, prive però di placche, che porta a una temporanea assenza di flusso di sangue che causa un infarto come lo causarebbe una placca.
Come si può ovviare a questi problemi di imprevedibilità e variabilità che contrassegnano le malattie cardiache?
E’ sicuramente un’ottima soluzione tenersi regolarmente in contatto con il proprio medico curante. Oggi la tecnologia ci viene incontro, basti pensare a piattaforme di comunicazione come Whatsapp o le semplici e-mail attraverso le quali il dialogo paziente-medico risulta immediato. Esistono inoltre più di 400mila applicazioni, mediche e non, tranquillamente installabili sul proprio smartphone e relative al proprio stato di salute.
Come funzionano?
Alcune di queste hanno la possibilità di fornire un quadro sullo stato del muscolo cardiaco semplicemente appoggiando il dispositivo sul petto del paziente, il quale poi potrà inviare i dati ottenuti al medico che potrà fornire una prima diagnosi. Questo permette un costante contatto con il dottore che, avendo a disposizione dati in modo molto più regolare, avrà la possibilità di individuare con largo anticipo eventuali aritmie o irregolarità a livello di circolazione del sangue e in seguito di fornire una terapia in modo immediato.
Quindi secondo lei ora come ora sarebbe quantomeno consigliabile fare uso di queste applicazioni e mezzi di comunicazione?
Si, e in parte è già pratica comune. Su scala mondiale oltre il 50 per centro delle persone contatta il proprio medico di riferimento via Whatsapp o via messaggio o mail e questo consente di poterci avviare verso quella che è la medicina individuale e quindi non più una medicina su larga scala. Una volta non avendo tutti questi strumenti a disposizione uno andava dal medico una volta ogni 5 o 10 anni, fatta eccezione per imprevisti, e ovviamente in questo modo il dottore non era mai in continuo aggiornamento sullo stato di salute del paziente. Oggi invece la celerità degli strumenti di comunicazione ci permette di aggiornare continuativamente il nostro medico.
Abbiamo iniziato già dall’anno scorso con l’associazione Aidr, l’Associazione Italia Digital Revolution, una campagna di informazione sia a livello istituzionale che non per sensibilizzare sull’utilizzo dei device. Questo soprattutto perché c’è sempre più bisogno di accorciare i tempi e fare una diagnosi il prima possibile.
Secondo lei questi metodi e strumenti potrebbero in futuro sostituire addirittura il rapporto faccia a faccia del paziente col proprio medico?
No, il rapporto faccia a faccia è fondamentale e definitivamente non rimpiazzabile. Questi strumenti aggiuntivi devono servire, soprattutto per quanto riguarda le malattie croniche, ad aiutare il medico e il paziente a mantenere un dialogo costante per rendere immediata un’eventuale terapia di prevenzione o cura.

Niccolò Lumini

[tratto da https://www.spraynews.it]

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